Risposte negative da case editrici

A nessuno fa piacere ricevere una valanga di rifiuti dai redattori a cui si è inviato il proprio libro.

Molti si scoraggiano e smettono di scrivere. È fanno male, perché i motivi di una risposta negativa sono vari.

Forse prima di mettervi a scrivere non avete fatto una ricerca di mercato. Non vi siete chiesti cosa cercavano le case editrici e avete iniziato l’ennesimo romanzo con vampiri o maghetti.

Allora il risultato negativo era del tutto prevedibile. Non siete degli scrittori maldestri, solo non sospettate che il libro è un prodotto commerciale.

Non vi pubblicano perché non fornite alle case editrici quello che cercano.

Se usato bene, internet può divenire un faro per voi.

Tip, ovvero consiglio magico

Cercate le agenzie letterarie e gli agenti più importanti (meglio se statunitensi o inglesi). Troverete molte interviste e, di riga in riga, saprete cosa stanno cercando gli agenti, quindi gli editori.

Sono certa che se proporrete trame, temi, personaggi che risultano interessanti, presto qualcuno vi proporrà un contratto.

Quando mi sono proposta a case editrici scolastiche ho consultato i vari cataloghi e ho offerto prodotti che rientravano nella loro linea editoriale. Non ho incontrato difficoltà.

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Non isolarsi

A volte ho la sensazione che davvero qualcuno mi aiuti. E questo qualcuno è un abile comunicatore. Anche se la rete sembra così lontana, una persona negli abissi infiniti trasmette al mondo proprio la frase che serve a mostrare che in qualche modo esisto. Basta cercare www.imparareascrivere.it per sapere che sono a disposizione di voi tutti per consigli, scambi di opinioni, lettura dei vostri lavori…

Il mago fa bene il suo lavoro, molto meglio di me.
Cosa se ne deve dedurre? Forse che si sta al mondo per sfruttare tutte le occasioni, per ingaggiare una lotta impari con il destino? O per capire che la mia felicità è collegata alla tua, che sei il mio compagno di viaggio. Lo scambio reciproco diviene, allora, la variabile dei nostri destini.

Mi spiego con altri termini. Per uno scrittore capire che è legato ai suoi simili significa rendersi conto che ha bisogno degli altri per emergere. Non basterà, quindi, scrivere, inviare manoscritti a redattori e attendere una risposta che forse non arriverà.

Molti fanno solo questo e poi si lamentano che nessuno li pubblica.

Tip magico

Bisogna muoversi, incontrare persone, frequentare le fiere letterarie, partecipare a convegni, presentazioni di libri, seguire i blog e i social network. Insomma, uno scrittore è curioso. Più conosce del genere umano, più profonda diviene la sua visione. E poi bisogna anche essere disposti a fare delle pazzie.

A fine settembre a Matera si tiene il womens ficton festival. Viaggio lunghissimo e forse molto faticoso. Ma rinunciarvi mi sembra impossibile.

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Editori e contratti

Questo blog somiglia a uno zibaldone: riflessioni varie sul filo della memoria riguardo l’universo “scrittura” e complicanze.

I rapporti con gli editori sono inevitabili complicanze.

Lungo la mia carriera nel mondo dei libri ho incontrato vari tipi di persone: in una scala, li definirei dai pessimi agli ottimi.

In una grande casa editrice ho incontrato una signora che era così crudele da sussurrare le frasi, o meglio ordini perentori. Mi fece molta pena la segretaria che scattava dalla sedia come una molla e si chinava per sentire. Per fortuna, ero una collaboratrice esterna e trovai poi altro lavoro.

Di un editore ricordo in particolare l’arroganza. Tutti, in casa editrice dicevano che avrebbe venduto ghiaccio agli Esquimesi. Abile venditore, ma con un livello culturale inadeguato. Bene, mi costrinse a cambiare il titolo di un libro da Orti Botanici in Giardini Botanici. Come redattrice tentai almeno un quarto d’ora di difendere la versione Orti Botanici, ma non ci riuscii. Comunque, non era una persona cattiva e tutto sommato lo ricordo con piacere.

Tutto il contrario di una donna nevrotica che gestiva un mensile e che mi prese come factotum. Praticamente facevo tutto: la giornalista, la redattrice, la correttrice di bozze, il caporedattore di me stessa, l’articolista, la segretaria… Sì, da sola facevo uscire ogni mese più di 100 pagine. E la cosa straordinaria era che quando venivano i clienti della sua agenzia di public relations mi faceva andare nel giardino del condominio, perché in ufficio non c’era più posto. Bozze e timone vicini (foglio su cui si inseriscono i titoli delle rubriche degli articoli e tutto il materiale che verrà pubblicato), me ne stavo su tre gradini di un sottoscala che forse portava alle cantine.

Lavori sottopagati e di grande sfruttamento.

Non penso che il mondo dell’editoria sia cambiato molto dai tempi di Dickens. Questo grande scrittore ha illuminato molti aspetti sgradevoli inerenti la professione di scrittore e ha lanciato aspre critiche agli editori.

Anche se poi mi sono capitate belle esperienze con altre case editrici e caporedattori, editori meravigliosi, vi lancio un consiglio: state attenti!

Tip, ovvero consiglio magico

Nei rapporti con un editore avete un solo strumento per difendervi: il contratto.
Primo: non accettate di lavorare senza un contratto. In caso contrario, potrebbe cacciarvi dall’oggi al domani.
Secondo: se pubblicate un libro, devono essere chiari i seguenti elementi
- quante copie verranno stampate;
- la durata del contratto;
- quali i diritti che gli cedete.

Vado in ordine. Non accettate un contratto che non preveda la pubblicazione di almeno 1.000/1.500 copie, se volete guadagnare qualcosa. E non andate sotto il 7% per la vendita dei diritti.

Esiste anche un contratto a forfait. Cioè alla consegna del libro la casa editrice vi offre una cifra pattuita. Lo consiglio a chi lavora per piccoli e medi editori. Almeno verrete ripagati in parte degli sforzi. Tenete, poi, presente che anche le grandi case editrici lo usano spesso. In alcuni casi me l’hanno imposto. La questione era: se vuoi continuare a lavorare con noi, accetta. E, certo, che ho accettato: avevo bisogno di continuità. Sapere che ogni anno entrano un tot di euro fa bene al mio cuore e a quello dei miei mici, che amano croccantini costosi.

Vengo al punto durata del contratto. Al riguardo, cercate di guadagnare tempo. Se non fate specificare che cedete i vostri diritti per due, cinque, dieci anni… l’editore avrà a disposizione il libro per vent’anni.
Negli ultimi contratti un agente mi ha difesa inserendo la clausola dei dieci anni. Dieci anni passano in fretta e alla scadenza potrò rescindere il contratto e passare a un altro editore o rinnovarlo con condizioni migliori.

L’ultimo punto riguarda la cessione dei diritti. Per anni non ho ceduto i diritti di traduzione e ho fatto bene. La casa editrice ha dovuto pagarmeli a parte. Quindi, il consiglio è: cedete il meno possibile i diritti: no a trasposizioni teatrali, televisive, cinematografiche, no a traduzioni…

Se proprio dovete cederli, chiedete il 50% sulle vendite. L’altro 50% resta all’editore.
Comunque, incaricare un agente di seguirvi in questa delicata fase, anche se costoso, può risultare un’ottima mossa.

Vi ricordo, poi, che se avete bisogno di consigli, suggerimenti… se volete un giudizio sui vostri romanzi potete scrivermi: folcodani@gmail.com

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Editing di dialoghi

Post lunghi annoiano il lettore. Perciò ho deciso di spezzare l’argomento “dialoghi”.

Quando inviate un romanzo a una casa editrice, è importante che sia scritto bene: no errori grammaticali, no stile inadatto, no trama bislacca, no mancanza di originalità e soprattutto no pessimo editing.

Cos’è un pessimo editing?

A un redattore bastano le prime cinque cartelle per rendersi conto se chi scrive è proprio un principiante. La prima cosa che nota sono i dialoghi. Non fare un appropriato editing, cioè non correggere il testo, è un grave errore.

Per esempio, consegnare battute di questo genere non porterà al successo. Verrete senz’altro scartati.

- Parto domani disse aprendo la valigia.

Ci sono ben due errori: la lineetta è troppo corta (bisogna usare quella che si trova alla voce “simboli”) e non c’è quella di chiusura, prima del disse.

Dannate lineette, virgolette, alte, basse…

In un libro c’è una regola che ossessiona i redattori: l’uniformità. Tutto deve essere uniforme. Se ho scritto porta-finestra a pagina due, per quattrocento pagine dovrà essere porta-finestra e non portafinestra.

Quindi, per i dialoghi lo scrittore deve scegliere un tipo di virgolette e attenersi a questa scelta.

Partiamo da quelle alte, doppie. Se le aprite e poi vi ricordate di chiuderle, tutto bene.

Qualche problemino lo può dare il punto. Dentro o fuori le virgolette? Aprite un libro della casa editrice cui vi siete rivolti e fate la stessa scelta. L’importante è che tutti i punti si trovino o dentro o fuori le virgolette.

Le virgolette basse vi porranno il problema di dover cliccare il pulsante “simboli”, dove le troverete con facilità. Lo stesso avviene per le lineette.

Spesso il dialogo non si conclude in una sola frase. Per esempio, posso avere:

“Oggi ho mangiato solo un piatto di spaghetti, in 5 minuti, con il capo che non mi staccava gli occhi di dosso” disse con una smorfia sul viso, “sì, cara, ho bisogno di una buona cenetta”.

Dopo l’espressione “sul viso” c’è una virgola perché la continuazione della frase è con una lettera minuscola (“sì, cara…)
Ma se ci fosse stata una maiuscola, avrei dovuto inserire un punto al posto della virgola.

Certe case editrici mettono la virgola prima del disse. Mi sembra un modo molto antiquato di operare. Non fatelo!

Comunque, in testi di esordienti ho anche trovato tre lineette, una d’apertura, una di chiusura e una finale. Errato. Le lineette sono sempre solo due, in battute di questo tipo:
- No…! – gemetti, sconvolto –

Versione corretta:
- No…! – gemetti sconvolto. (queste lineette sono errate, troppo corte, ma con i post non riesco ad accedere alla casella “simboli”.)

Se vi occorrono esempi vi indirizzo verso la collana Mondadori “Piccoli Brividi e soprattutto verso “I Gialli” Mondadori.
Vi si trovano dialoghi a go-go. Perfetti!

E se avete delle risorse finanziarie da dedicare alla vostra carriera di scrittore, vi consiglio di rivolgervi a esperti redattori. Trasformeranno il vostro libro pieno di refusi e sbagli in un testo pubblicabile.

Da tanti anni collaboro con case editrici o lavoro con clienti privati.

Per contattarmi: folcodani@gmail.com

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Gli “Harmony Mondadori” non fanno schifo

cpertina dell'ebook Scrivere Storie Brevi, Daniela Folco, Bruno Editore

Navigo spesso in rete e frequento siti di scrittori esordienti. Nei commenti ai post, trovo a volte aspre critiche contro le grandi case editrici, che sembrano pubblicare molta porcheria tipo la collana di romanzi rosa “Harmony”.

Sono in netto disaccordo.

- Primo: le regole di una buona narrativa sono rispettate. I personaggi sono ben caratterizzati, curate le ambientazioni, la trama è priva di incertezze in tutti i suoi snodi (incipit, sviluppo, punti culminanti, scioglimento finale).
- Secondo: lo stile è costruito su misura per quel tipo di narrazione.
Buono il ritmo, che è il risultato di un’accorta gestione dei paragrafi: frasi corte, scarsa aggettivazione, eliminazione di ripetizioni e di tutto quello che appesantirebbe il discorso.
- Terzo: dietro ogni libro si percepisce la presenza di un ottimo editing.
- Quarto: gli “Harmony” hanno successo perché piacciono alle lettrici. Rispondono a dei loro bisogni: identificazione in una figura vincente, riscatto da una realtà opprimente tramite la lettura, rafforzamento della speranza in un futuro migliore.

Gli “Harmony” fanno sognare le donne e, come le fiabe, veicolano sempre un messaggio positivo.

Tip, ovvero consiglio magico

Giungere a scrivere un testo corretto e leggibile come un “Harmony” è già una grande vittoria per un esordiente. Infatti, non è facile non cadere in frasi ridondanti, in espressioni dialettali o in pensieri contorti.

Rileggetevi, scrittori in erba. Se le vostre pagine sono zeppe di sentimentalismo a buon mercato, organizzato intorno a immagini di albe, tramonti e luna, amori infranti e altra paccottiglia, state solo perdendo tempo.

Quanto allo stile, trovo imperdonabile la tecnica dell’elencazione così diffusa negli esordienti.

Esempio, che invento ora: “Le presi la mano bianca, molle, con una vena blu che le solcava il polso. La guardai negli occhi freddi, spietati, orlati di nero, segno che non dormiva da giorni…”

Ecco, se si scrive così, si fa davvero schifo!

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Avventure nel commercio della carne umana

Con questo titolo google di sicuro non mi noterà. E anche i probabili lettori: spero non ci sia nessuno interessato a questo genere di attività…

Contro ogni consiglio degli esperti di web-marketing e posizionamento siti, lo uso perché mi è molto caro.

In effetti, non è di mia invenzione, ma di Dylan Thomas. Il famoso poeta gallese lo usò per un suo libro, ricco di riflessioni sulla vita di un poeta.

Vengo al punto. Voler diventare uno scrittore comporta a volte micidiali trabocchetti. Riporto un esempio.

Un anno, alla Fiera del Libro di Torino, noto un anziano signore che si apre a stento un varco tra la folla. Si dirige verso il punto “Informazioni”, urlando: “Dov’è la Mondadori!?”.

Ha sotto il braccio una cartelletta strabordante di fogli, scritti a mano, con una calligrafia illeggibile.

Quanti sono gli sprovveduti come quel matusalemme?

Se immaginate di presentarvi a una fiera letteraria e intendete scaricare il vostro prezioso lavoro sul tavolino di uno stand, per carità rinunciatevi. Fareste una pessima figura. Da tutta Italia e dall’estero editori e redattori volano a Torino: nessuno può portarsi a casa un malloppo di 200 cartelle.

Guardate i libri esposti e, se vi riesce di attirare l’attenzione di qualcuno, intavolate una piacevole conversazione. Sondate il terreno e solo se vi pare il momento giusto presentatevi come scrittore esordiente. Studiate il volto del vostro interlocutore e, se vi sorride o non sembra contrariato, fornitegli una cartelletta con non più di 3 pagine.

La prima pagina sarà dedicata al vostro curriculum, con i dati necessari per rintracciarvi: mail, cellulare, indirizzo.
La seconda presenterà una scheda del libro: trama, personaggi, ambientazioni…
La terza specificherà il numero di pagine; se il testo è corredato da foto o disegni; il target, cioè il pubblico a cui si rivolge il romanzo e infine perché lo proponete alla casa editrice.

Scrivere: “Lo propongo perché è un capolavoro” non vi sarà di molto aiuto. E neppure questa presentazione: “Dopo aver tentato con Rizzoli, Feltrinelli, Guanda… ho pensato di rivolgermi a voi perché siete una piccola casa editrice sconosciuta” porterà al successo.

Tip, ovvero consiglio magico
Se non riuscite a contattare gli editori alle varie fiere del libro, potete rivolgervi a delle agenzie letterarie, che senz’altro hanno il mestiere in mano, meglio di voi. Basta guardare su Google. Alla voce “agenzie letterarie” si trovano vari siti. Alcuni indicano anche il grado di soddisfazione dei clienti.

Ma tenete presente che in questo commercio tutto si paga e profumatamente! Certe agenzie chiedono anche 600 euro per la semplice lettura del manoscritto…

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Corsi di scrittura creativa. Servono?

Per più di vent’anni ho insegnato scrittura creativa ovunque mi trovassi. L’idea mi era venuta in California, dove ho trascorso un’indimenticabile estate. Grazie a scambi culturali tra università italiane e americane. Berkeley era all’avanguardia e mi capitò di partecipare a un corso di scrittura creativa. Naturalmente ne rimasi entusiasta.

Tornata in Italia, iniziai una carriera come eterna supplente al mattino e correttrice di bozze al pomeriggio. Poi alterne vicende mi spinsero a rifugiarmi in un paesino del Lago Maggiore. E fu lì che, per uscire dall’isolamento, creai dei corsi di scrittura creativa. E anche quando giunsi in Liguria continuai a tenerli.

Quindi, non posso essere obiettiva nel mio giudizio sulla scrittura creativa. Mi ha dato talmente tanto da farmi sottolineare che senza di lei la mia vita sarebbe stata un affannarsi continuo senza meta.

Al riguardo ho una maestra: Natalie Goldberg. Il suo libro, Scrivere Zen, mi ha ispirato tutte le volte che iniziavo un nuovo corso. Sì, Natalie è stata al mio fianco perché nelle sue parole risuonava la passione per la scrittura. Da questa maga un po’ hippy ho tratto tanta forza. Come lei, amo la gente a cui piacciono i libri, le persone con una sensibilità speciale.

Gli scrittori hanno bisogno di essere aiutati. C’è tanta gente rozza in giro. Senza un briciolo di cultura. Persone che non leggono libri e sono dei veri vuoti a perdere. Come può, dunque, un corso di scrittura creativa aiutare?

Prima di tutto è molto bello sentirsi fra simili. In secondo luogo ci si scambia pareri, nascono amicizie e progetti per il futuro.

In quanto animatrice del corso, sento di dare qualcosa e di venire ricambiata. E poi… poi scrivere con gli altri dà un’incredibile energia per affrontare le difficoltà.

Tanti lo dicono per lo yoga o per sessioni di meditazione. Io lo ribadisco per due ore di scrittura creativa alla settimana: un tonico per la mente.

Tip, ovvero consiglio magico

Ormai in qualsiasi città ci sono innumerevoli associazioni che propongono la scrittura creativa. Ma sono da evitare corsi che offrono solo lezioni frontali: docente alla cattedra e tutti in ossequioso ascolto, senza scrivere una sola riga. Non li amo, questi corsi. Mi ricordano gli anni del liceo, quando mi annoiavo a morte.

Un buon corso si sviluppa in queste fasi:
- lettura di un brano di uno scrittore;
- spiegazione delle tecniche narrative che ne sono alla base;
- esercitazione dei corsisti;
- lettura di qualche esercizio e commenti.

Diffidate, poi, di chi vi promette approdi a case editrici per il vostro romanzo nel cassetto.

Il vero scopo per frequentare un corso di scrittura creativa non è il trovare una scorciatoia per la pubblicazione. L’obiettivo è quello di arricchire le proprie competenze sia letterarie che sociali.

Per molti scrivere in gruppo significa potenziare talenti che non si sospettava di avere.

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Dettagli

 

 

Imparare a scrivere è anche imparare a vedere. Un bravo scrittore coglie in  una situazione i dettagli che illuminano la vicenda.

C’è un racconto di John Cheever, Pranzo di famiglia, straordinario al riguardo. La storia è esile: marito e moglie non stanno più insieme.  Però fingono di non essersi separati e accettano di pranzare dai genitori di lei.

“Questa è l’ultima volta” dice lui, non appena la incontra.

Questa frase rappresenta un dettaglio importante. Vi è racchiuso il tema del racconto: a quale prezzo si è costretti a fingere. Perché lo facciamo e cosa ne ricaviamo.

Anch’io ho sopportato estenuanti   pranzi natalizi   e altri raduni familiari. Li ricordo con orrore. Molte famiglie non sono famiglie, ma prigioni. O ti adegui o ti distruggono.  Siccome ho vissuto la stessa esperienza dei protagonisti della storia, il racconto fin dall’inizio parla al mio cuore.

Sono i dettagli a costruire una trama sottile di emozioni. Ad esempio, lui nota che la moglie ha un braccialetto costoso al braccio e, con malignità, la critica. In risposta lei lo attacca:  l’uomo si rifugia sulla terrazzina per fumare e ci rimane fino all’arrivo in stazione.

Cheveer è davvero un maestro. Fa agire i personaggi per mostrare i loro sentimenti. Non cade in banali descrizioni.

Tip, ovvero consiglio magico

Costruite una situazione con un effetto cumulativo. Cioè realizzate la scena in base a vari dettagli significativi.

Più avanti nel racconto incontriamo i genitori di lei. Ecco il padre: “Il signor Godfrey aprì la porta prima che avessero il tempo di suonare il campanello”.

Cosa ci può rivelare di più,   riguardo l’ansia di rivedere una  figlia, di questo particolare?

Vedere con gli occhi e sentire con l’anima sono due talenti davvero necessari allo scrittore.  E occorre anche ricordare. La signora Godfrey dice alla figlia: “Non c’è niente che mi renda più felice. Vivo per questo”.

Mia madre l’avrà pronunciata mille volte questa frase e io mi sono sempre sentita in colpa perché, abitando lontano, l’andavo a trovare non troppo spesso. Senz’altro Cheever  ha tratto dalla sua esperienza questo particolare. E, sempre da questa, ha derivato il nucleo, lo sviluppo e il finale a sorpresa della storia. E’ a sorpresa perché il lettore scopre solo alla fine che i due, marito e moglie,  dopo quel pranzo, non si rivedranno  più.

Quello che voglio dire è che, se non si vogliono scrivere storie sciocche, superficiali, bisogna contattare il proprio sé profondo. Lì si trovano i temi importanti e le giuste immagini, dettagli carichi di significato, per rappresentarli.

 

 

Per saperne di più: Scrivere Storie Brevi, Daniela Folco, Bruno Editore.

Scrivere un Giallo, Daniela Folco, Bruno Editore.

Scrittore anch’io!, Daniela Folco, Edizioni Simone.

 

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Essere creativi

 

Mi arriva un commento strano. Praticamente mi fa capire che commetto molti errori nel creare i miei post: non ci sono foto, non ci sono link, non ci sono parole in neretto, in maiuscolo, in corsivo, nelle prime righe non viene ricordato il tema del titolo e, infine, anche in chiusura non viene messo in rilievo l’argomento del post.

Il  commentatore ha ragione. Forse.

I motivi di questo “forse” sono vari.

Primo: non devo pubblicizzare proprio niente. Il sito non ha lo scopo di far vendere i miei ebook e manuali sulla scrittura creativa.

Secondo: non mi serve attirare l’attenzione su di me come scrittrice. Vivo una vita semplice e sono contenta così.

Terzo: alla nascita, tutti noi abbiamo ricevuto un grande dono, la capacità di essere diversi, un esemplare unico. Poi il potere, la società cercano di fare di  noi degli uomini-massa. E inizia la lotta per rimanere inconfondibili…

La pratica dello scrivere potenzia la creatività ed essere creativi significa essere “unici”. Allora è chiaro che non posso adeguarmi allo schema suggerito. Non vendo frigoriferi, vestiti costosi, auto… ma cerco di sondare l’universo “libro” e condividere con altri la passione per la lettura e la scrittura.

Presumo che il mio lettore non sia un essere superficiale. Non ha bisogno di essere condotto per mano fra le righe sottolineando i concetti con neretti, maiuscole, corsivi.

Detesto i modelli standard: nell’ambito del romanzo, non funzionano.

Quando la Rowling ha pubblicato la serie di libri con protagonista Harry Potter, centinaia di scrittori hanno cercato di uguagliarne il successo sfruttando gli stessi argomenti e le stesse tecniche narrative.  Risultato: un vero e proprio fallimento.

Tip, ovvero consiglio magico

Uno scrittore vincente deve essere un creativo. Cioè deve raccontare una storia in un modo nuovo. I temi come l’amore, l’egoismo, la gelosia, l’inganno, le situazioni conflittuali… sono sempre gli stessi. Diverso, però, è il modo di concretizzarli sulla pagina. Chi vende best-sellers è riuscito a inventare qualcosa di nuovo.

Perciò non cercate di scrivere alla maniera di King, della Kinsella, di Chandler… il vostro lavoro rappresenterebbe solo una brutta copia dell’originale e gli editori non amano le brutte copie.

 

 

 

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