Finali illuminanti

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La bellezza dello scrivere post consiste nel fatto che l’operazione può andare avanti all’infinito. Mi alzo e decido l’argomento. Oggi tratto dei finali, ma domani potrei parlare dell’incipit.

Finali sbagliati

Molti gialli di scrittori esordienti risultano poco curati. Il detective ha scoperto l’assassino e riassume gli ultimi avvenimenti con un collega. L’errore più comune è quello di dimenticarsi di qualche personaggio. Al lettore non devono rimanere dubbi. Guai se si chiede che fine ha fatto la moglie del veterinario…

In un romanzo rosa una conclusione aperta, cioè strutturata in modo che non si capisce se l’eroina vivrà con il suo amore, lascia la lettrice con l’amaro in bocca.

Tip, ovvero consiglio magico

Il finale di un romanzo rappresenta il momento in cui tutti i fili narrativi si congiungono. Il tema del racconto giunge alla conclusione, che deve essere stata adombrata fin dall’incipit. E’ come se il flusso di immagini, emozioni, parole concatenate si sciogliesse in un ampio delta. Lo scrittore non ha più frasi, la potente sinfonia si placa. Nella mente del lettore rimane solo l’eco dell’invisibile.

L’antefatto
Tramite un esempio, tratto da un racconto di Colette, Camera d’albergo, cercherò di essere più chiara.

Una vedette del music-hall, personificazione dell’autrice, è in vacanza in una cittadina termale. Incontra in albergo una coppia che sembra molto affiatata. Le apparenze ingannano. Il marito conduce una doppia vita: ha un’amante. Lo sviluppo del racconto prevede che quest’ultima muoia. Nel finale i sentimenti in gioco, tra i vari personaggi, vengono rivelati.

“Presi la decisione di essere quello che si dice uno spirito brillante e un po’ esagerai. Feci allusione alle persone che passano da un amore all’altro, in meno tempo di quanto ne occorra per dirlo. Le paragonai alle giumente fattrici che, dopo aver figliato, sono rimesse immediatamente di fronte, se posso scrivere così, allo stallone…
“Che cosa le piglia, stasera? Ma che cosa le piglia?”, prorompeva in esclamazioni Antoinette.
Sostenni anche che l’abuso del dolore sentimentale rasenta l’indiscrezione e denota la mancanza di un senso assai prezioso, il senso del ridicolo. E non mi fermai se non quando vidi, negli occhi di Gérard Haume, l’azzurro della collera sostituire – ottimo antidoto – i colori tristi dell’ardesia e della violetta. Allora pregai i miei compagni di scusare la mia violenta emicrania e salii a fare le valigie.
Sagace, avvezza, la gatta prese parte intelligentemente ai preparativi, rimestando come pasta di pane le mie stoffe favorite, esplorando con una zampa lunga l’interno di una scarpa vuota. Andava da una valigia all’altra, con balzi che imitavano a modo suo il volo di un elfo o lo slancio maldestro di un puledro. Quando tutto fu pronto, mi raggiunse sul letto e si acciambellò contro il mio fianco, anziché cercare una zona fresca e non schiacciata. Credo che ancora una volta avesse capito e che ancora una volta si sarebbe affidata a me per attraversare le amicizie occasionali, le delusioni la cui asprezza mascheravo a me stessa, le città casuali e le camere estranee, purché io avessi aperto davanti ai suoi passi e ai miei un varco largo appena a sufficienza e dietro di noi subito cancellato.”

Un finale straordinario, questo di Colette, che illumina il rapporto realtà/finzione letteraria. Quanto c’è di vero e quanto di inventato? Cogliere la risposta non è importante, essenziale è invece capire come una scrittrice coaguli esperienze vissute e ne tragga ispirazione. Così non solo abbiamo il ritratto di Antoinette, la moglie che finge di non sapere dei tradimenti, di Gérard Haume, il marito ridicolo nella sua recita di farfallone amoroso, ma anche della stessa Colette, della sua forza di donna sola che viaggia con una gatta.

Il mondo è là fuori, oltre la soglia di una fredda camera d’albergo, zeppo di tranelli, di persone false, incontrate per caso. Rimanere saldi e chiudersi la porta alle spalle sembra essere l’unica via d’uscita.

Per saperne di più: Scrivere un Giallo, Daniela Folco, Bruno Editore; Scrivere Storie Brevi, Daniela Folco, Bruno Editore; Il libro sacro dei Maya Quiché, Daniela Folco, Edizioni Simone.
Lettura consigliata: Camera d’albergo, Colette, Passigli Editori.

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Corsi acchiappacitrulli

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Così si esprime Giulio Mozzi sui corsi di scrittura creativa. Dissento. Fin da bambina ho frequentato lezioni di ogni genere. Ho imparato a sciare grazie a un maestro di sci. Ho subito terribili lezioni di danza, presto interrotte perché alla compagnia di leziose bambine in scarpette rosa preferivo starmene sugli alberi. Ho imparato l’inglese in scuole inglesi e al British Council. All’Università non mi son fatta mancare nulla: corsi di letteratura anglo-americana, di psicologia, di storia medievale… Insomma, mi piace talmente tanto imparare che anche ora non smetto.

Sono una citrulla? Non penso. Sono una persona curiosa, amante della formazione permanente.

Ho anche un abbonamento alle scelte fallimentari. Parecchi anni fa mi sono trasferita da Milano sul Lago Maggiore: una decisione infelice.

Mi hanno salvata dalla solitudine i corsi più vari: reiki, bioenergetica, mimo, espressione corporea, biodanza, meditazione, training autogeno…

Chiaro che ero una dilettante, imbranata. Nel corso di mimo credo di aver solo imparato a dare l’impressione di salire su un muro. Ma non miravo certo a diventare una nuova Charlie Chaplin, volevo solo trovare qualche anima con cui condividere momenti sereni.

Bene, questi corsi mi hanno salvata da un grigiore insopportabile. Non avete anche voi avuto l’impressione di vegetare, più che vivere, in queste piccole città di provincia? Dove, oltre alle solite “vasche”, in centro non c’è proprio niente da fare.

Allora, ai detrattori dei corsi di scrittura creativa, risponderei così. Un insegnante di scrittura creativa, serio, non prometterà mai: “Farò di te il più famoso autore di bestseller!”

Dirà invece: “Seguimi e imparerai delle valide tecniche. Potrai autopubblicarti su Amazon senza fare una brutta figura”.

Sì, i corsi di scrittura servono a capire che dopo aver scritto di getto occorre rivedere il testo. Aiutano a imparare ad autocorreggersi, potenziano la creatività.

Non è poco sapere che i puntini di sospensione sono solo tre, o conoscere dove collocare il punto. Dentro o fuori le virgolette? Non è poco commettere meno errori di grammatica o non far dire frasi sciocche ai propri personaggi.

Non si è automaticamente degli scrittori se si digitano sul computer trecento cartelle. Tra uno scribacchino della domenica e un vero romanziere c’è un abisso di conoscenza. O si leggono tantissimi manuali di scrittura creativa o si cerca qualcuno che ci guidi negli impervi terreni delle storie.

Tip, ovvero consiglio magico

In internet si trovano molti corsi di narrativa. Non è facile scegliere. Il primo suggerimento che vi do è di cercarne uno cucito a vostra misura. Cosa vuol dire? Vi faccio un esempio. Se la vostra massima aspirazione è scrivere per bambini cercate uno scrittore che abbia pubblicato molti libri per ragazzi.

Badate bene, non accontentatevi di semplici insegnanti di lettere, maestri, neolaureati in lettere, giornalisti, redattori di infime case editrici. Bisogna stare molto attenti. Chi non ha pubblicato almeno una decina di libri, vi propinerà lezioni tratte dai soliti manuali come “Scrivere” della Fabbri o i testi della casa editrice Audino. State alla larga da quelli che, dopo aver pubblicato un giallo a pagamento, si offrono a voi come romanzieri di chiara fama.

Certo, se fossi ricca e giovane, mi iscriverei alla Holden di Torino o alla Bottega Finzioni di Bologna. Ma sono corsi molto costosi. Piuttosto che seguire un corso tenuto da un illustre sconosciuto, vi consiglio di iscrivervi a corsi on-line. Cercate i siti di noti scrittori e scegliete chi seguire. Non sono costosi, questi corsi, e sono meno dispersivi rispetto a quelli con quindici/venti partecipanti.

A volte i corsi di scrittura creativa risultano insoddisfacenti perché ci si trova a lavorare con persone dalle diverse competenze. I corsi on-line, invece, vi regalano un rapporto ravvicinato con l’insegnante. Lui si cura solo di voi e rivede tutto quello che scrivete.

Come sono organizzati i miei corsi e molti altri
Di solito si stabilisce il numero delle lezioni. Minimo 4 incontri. Per ogni incontro è previsto un argomento (incipit, personaggi, trama, ambientazione, tecniche narrative, finale, editing, strategie per pubblicare). Invio una lezione via mail e chiedo al corsista un testo, che verrà poi corretto e commentato. Questo è un elemento che conferisce valore al corso. Finalmente qualcuno del mestiere si mette a vostra disposizione e saprà formulare un giudizio su quanto avrete scritto.

Prezzi
Si parte da un minimo di 200 euro per 8 incontri. Ho fatto una rapida inchiesta in internet e non posso essere più precisa. Comunque, se pensate che alcune agenzie letterarie vi chiedono 500 euro solo per leggere il vostro romanzo e consegnarvi una scheda critica, l’offerta mi pare buona. E vi assicuro che per preparare un incontro e per l’editing di un testo impiego giornate intere…

Conclusioni
Da non più di quattro mesi ho iniziato questa esperienza. Mi entusiasma davvero.

Per tutto c’è MasterCard, per il piacere di condividere la passione della scrittura, non c’è denaro che tenga.

Per saperne di più: danihawksheepeagle@Libero.it

Lettura consigliata: Da dove sto chiamando, Raymond Carver, minimum fax.

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Scrivere scene

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Ho sempre odiato la matematica e ho fatto di tutto per dimenticare qualsiasi cosa avessi imparato al riguardo. Niente male per la figlia di un ingegnere! Il fatto che mio padre mi colpisse, al minimo sbaglio, con un righello non deve avere giovato ai nostri rapporti e alla passione per l’algebra…

Però qualcosa mi è rimasta in testa. Ad esempio, il concetto di minimo comun denominatore mi rimanda all’idea di un elemento di straordinaria potenza. La scena, in un romanzo, è proprio questo fattore basilare.
Un romanzo di trecento pagine è costituito da una serie di scene raggruppate in capitoli.

In questi giorni sto leggendo il romanzo La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. Quindi lo scelgo perché è l’ultimo di una lunga serie.

L’incipit si apre con una scena rivelatrice. La voce narrante, quella della protagonista, ci racconta un evento: l’arrivo di due sconosciuti a casa sua. Tracy Chevalier inventa una scena. Vediamone i contorni.

Immaginate di essere al cinema. Allora, vi passeranno davanti agli occhi una cucina olandese del XVII secolo, una ragazza che trita verdure, un tavolo di legno, un grembiule e un viso ansioso con le labbra serrate, che lei distende a fatica.

Però c’è dell’altro, molto altro. Riporto il brano e aggiungo i miei commenti, tra parentesi.

La mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti (frase d’effetto che crea aspettativa. Sta per accadere un imprevisto). Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito (si deduce che l’evento sia spiacevole). Mi stupii perché pensavo mi conoscesse bene (tecnica dell’azione/reazione, il personaggio reagisce a un fatto). Gli estranei mi avrebbero vista serena (il lettore viene informato circa il carattere della protagonista). Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura (vengono inseriti i dettagli fisici).

Ero in cucina e stavo tritando le verdure (carrellata in avanti e primo piano del personaggio) quando udii delle voci provenire dalla porta di ingresso: quella di una donna, squillante come rame lucidato (per descrivere occorre puntare sui cinque sensi: udito, odorato, vista, gusto, tatto. L’immagine del rame lucidato è magistrale. La scrittrice non si dimentica che chi narra è una ragazzina che lavorerà come sguattera e pensa quindi in base alla realtà che vive. Una realtà fatta di pavimenti da pulire, pranzi da preparare e pentole in rame da lucidare…), e quella d’un uomo, grave e cupa come il legno del tavolo su cui stavo lavorando. Voci di un genere che raramente si udivano in casa nostra. Mi suggerivano immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce (viene introdotto un tema importante: il rapporto poveri/ricchi).

Pensai con sollievo che solo poco prima avevo sfregato ben bene il gradino della porta d’ingresso (sono ancora le riflessioni del personaggio a condurci per mano lungo la scena che si dipana a poco a poco).

La voce di mia madre – un tegame sul fuoco, una brocca – si avvicinava dalla stanza anteriore della casa (una o più voci fuori campo creano un senso di attesa). Venivano tutti verso la cucina. Misi al loro posto i porri che avevo tritato, quindi posai il coltello sul tavolo, mi ripulii le mani nel grembiule e strinsi le labbra per spianarle (una serie di azioni che esprimono una relazione di causa/effetto: arriva qualcuno e la ragazza si prepara all’incontro).

La mamma comparve sull’uscio, gli occhi due mute esortazioni (al dialogo viene preferito il gesto. Tocca al lettore riempire gli spazi vuoti e ricostruire le frasi non pronunciate fra madre e figlia). La donna dietro di lei dovette abbassare la testa perché era molto alta, più alta dell’uomo che la seguiva (di solito, compito dello scrittore, quando introduce dei nuovi personaggi, è delinearli con brevi tratti).

In famiglia eravamo tutti bassi, persino mio padre e mio fratello (le differenze di tipo fisico evocano quelle di tipo sociale).

La donna sembrava portata dal vento, sebbene fosse una giornata calma (ancora una descrizione indiretta resa con un’immagine). Aveva la cuffia un po’ di sghimbescio, da cui erano sfuggiti piccoli riccioli biondi che le svolazzavano sulla fronte come api, e che lei ricacciò indietro più volte con gesti nervosi (non c’è bisogno di delineare un intero abito, bastano dei cenni). [...]

Il viso della donna sembrava un piatto da portata ovale, a tratti scintillante, a tratti opaco (la ragazza, il cui mondo è circoscritto a una cucina e altre stanze, non ha molti termini di paragone a portata di mano). Gli occhi erano due bottoni d’un colore castano chiaro che ben di rado avevo visto accompagnarsi a capelli biondi. Si sforzava di guardarmi fisso, ma non riusciva a fermare l’attenzione su di me perché i suoi occhi guizzavano qua e là per la stanza (pochi particolari e il personaggio è costruito).
“Questa è la ragazza, allora” disse all’improvviso (il dialogo completa la scena. Spiega la posizione dei personaggi, li definisce più a fondo. I rapporti si chiariscono e le parole rendono l’animo del personaggio. La ricca signora si preoccupa di trovare una sguattera robusta e nutre molti dubbi al riguardo).
“Questa è mia figlia Griet” replicò mia madre. Io feci un rispettoso cenno di saluto con la testa verso l’uomo e la donna (nel rispettoso cenno di saluto è condensata una situazione: la sudditanza del povero nei confronti del ricco).
“Be’, non direi che sia proprio grande. Sarà abbastanza robusta?” (un tono che rivela superbia) Come la donna fece per voltarsi a guardare l’uomo, un lembo della mantella si impigliò nel manico del coltello che avevo adoperato, facendolo cadere dal tavolo e roteare sul pavimento (la tensione, che è stata costruita con un effetto cumulativo di dettagli, raggiunge il climax. Un coltello cade e rotea sul pavimento. La precisione della descrizione ci regala un’immagine potente).
La donna gettò un grido (ecco il punto culminante della scena. Il pianto, l’angoscia, il desiderio di gridare “No, non mi strapperete da casa mia” da parte della ragazza si incarnano nell’urlo dell’avversaria, la ricca signora, pronta a spaventarsi per un nonnulla).

Tip, ovvero consigli magici

1. Costruite scene che abbiano un inizio, uno sviluppo, un punto culminante e un finale.
2. Usate le scene per spiegare la situazione in cui si trovano i personaggi.
3. Siate consapevoli che sono i dettagli a realizzare l’ambientazione.
4. Evitate scene piatte, cioè quelle in cui non c’è un conflitto tra i personaggi.
5. Evocate gli stati d’animo tramite i gesti. Piuttosto che scrivere Lory era triste, digitate: Lory chinò la testa e si coprì gli occhi. Una lacrima le scivolò sulle guance.

Per saperne di più: Scrivere Storie Brevi, Daniela Folco, Bruno Editore; Scrivere un Giallo, Daniela Folco, Bruno Editore; Il Libro Sacro dei Maya Quiché, Daniela Folco, Edizioni Simone.
Chi vuole scrivere scene per ragazzini può leggere: Vladimiro… un vampiro in cerca d’amore, Daniela Folco, casa editrice Ardea e L’Albergo dei Mostri, Daniela Folco, casa editrice Ardea.
Lettura consigliata: La ragazza con l’orecchino di perla, Tracy Chevalier, Beat edizioni.

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Scrittori fuori di testa

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Se non tutti i redattori sono meravigliosi, esistono anche degli scrittori che sono insopportabili. Qualcuno l’avrei volentieri strangolato con le mie mani. Accettare di fare il redattore in una piccola casa editrice è pericoloso, molto pericoloso. Ti caricheranno di lavoro come un somaro. E anche le medie e le grandi non scherzano.
Sei l’ultima ruota del carro, dal momento che i correttori di bozze sono scomparsi da tempo.

Di solito il redattore è una persona equilibrata, molto disponibile. Però può diventare furioso. Per fortuna, quando mi è successo, lavoravo da casa e per telefono riesco a mascherare le emozioni.

Tip, ovvero consiglio magico

Non sempre capita che una casa editrice pubblichi un secondo libro dello stesso autore. Vari possono essere i motivi: soprattutto scarse vendite e il parere negativo del redattore. Un redattore che ha rischiato di impazzire per colpa vostra non sarà mai clemente. Porrà un veto irremovibile.

Vediamo insieme gli errori da evitare.
1. Non potete aggiungere pagine, frasi, note al vostro originale. Per inciso, l’originale è il testo che consegnate alla casa editrice. Il redattore fa l’editing, corregge il testo e vi consulta per mostrarvi le modifiche. E si passa alle bozze. Bene, quando si è a questo livello è da pazzi telefonare alle undici di sera e con voce piagnucolosa dire che vi dispiace tanto ma quel capitolo e quell’altro preferireste terminarlo in un altro modo…

E anche se si tratta di saggi, la modifica di una semplice frase comporta che il lavoro riinizi da capo. Il testo deve essere di nuovo impaginato, cambia il numero di pagina e sorgono un sacco di problemi con note, tabelle e didascalie…

Mi è capitata un’autrice che fino all’ultima bozza non ha smesso di inserire dati. Alla terza bozza, di solito se ne fanno solo due, ho staccato il telefono e cambiato numero di cellulare.

Un altro modo per esasperare il redattore, soprattutto quelli di mensili e riviste, è quello di inviare alla casa editrice estratti da vari convegni e chiedere che se ne ricavi un articolo. In seguito la segretaria del noto personaggio bombarderà la redazione per chiedere quando verrà pubblicato…

Ma la cosa più strabiliante che mi sia capitata è l’aver scoperto che lo scrittore, il cui testo dovevo esaminare, era totalmente fuori di testa. Allora lavoravo ancora in casa editrice. Eravamo solo in due a funzionare come redattori e avevamo un buon rapporto con l’editore. Ci fidavamo ciecamente di lui. Un giorno ci avvisa che avremo ricevuto un libro da un noto direttore di collana. Saggio da trattare con la massima cura, data l’importanza del personaggio. Naturalmente eravamo al settimo cielo. Dopo aver ricevuto il testo, ci dividiamo i capitoli e iniziamo a leggere. Dopo nemmeno un quarto d’ora chiedo al collega: “Hai visto le note!?”

Passavano dal numero 10 al 521 al 703, al 2011… ed erano più o meno di questo genere: “Isole Cicladi, molto affollate nei mesi invernali, sono una meta che i visitatori del Mar Nero non si lasciano sfuggire”.

Abbiamo riso, per non piangere, e con l’umiltà che accompagna sempre i poveretti alla Fantozzi, dopo una semplice occhiata e le mani levate per un attimo al cielo, abbiamo iniziato a correggere le pagine con l’aiuto delle Garzantine.

Non so se sia stata la pietà per l’autore, deceduto nel giro di poco a causa dell’Alzheimer, o per non dare un dispiacere all’editore, ma né io né il collega lo abbiamo mai informato in merito.

Per saperne di più: Scrivere un Giallo, Daniela Folco, Bruno Editore; Scrivere Storie Brevi, Daniela Folco, Bruno Editore; Il Libro Sacro dei Maya Quiché, Daniela Folco, Edizioni Simone.

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Non tutti i redattori sono meravigliosi

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Oggi mi metto proprio dalla vostra parte, aspiranti scrittori. Per chi vuole angosciarsi, l’idea di diventare uno scrittore offre ampie possibilità di riuscita.

In primo luogo, basta leggere le statistiche per rendersi conto che in Italia sono più gli autori di testi che i veri lettori. Si legge talmente poco che le case editrici sono in crisi e nemmeno gli ebook fanno miracoli.

Poi, in secondo luogo, la strada verso la pubblicazione è irta di ostacoli e inganni.
Trabocchetti, dunque. Ne incontrerete a migliaia. Andiamo per gradi.

Dopo aver inviato il libro a varie case editrici, non ricevete nemmeno una risposta. E intanto avete atteso pazienti anche sei mesi, un anno… Infine, qualche anima gentile si prende la briga di rispondervi che il testo non è in linea con la produzione editoriale della casa editrice. I saluti, più che cordiali, sono una doccia gelata. E intanto, in base a una risposta così generica, vi chiedete se l’hanno letto, il vostro romanzo.

A questo proposito mi è servita molto un’intervista rilasciata da Carlo Lucarelli durante il Salone del Libro di Torino. Invitava gli scrittori a non curarsi delle risposte delle case editrici. Il segreto per non morire d’angoscia era inviare il manoscritto ogni tot giorni di attesa. Dopo tre mesi senza risposta alcuna, ne contattava una nuova.

Ho fatto tesoro di questo consiglio e mi sono trovata molto bene.

In seguito ho imparato a conoscere i redattori. Ma partivo avvantaggiata, io stessa ero una redattrice.
E conoscevo i miei polli…

Non vi sarà sfuggito nella vostra vita che al genere umano appartengono diverse categorie: gente con cui è bello avere a che fare, persone che dietro una maschera di gentilezza sono fondamentalmente ostili, egocentrici, narcisisti, infantili, stupidi, pericolosi e cattivi…

Tip, ovvero consiglio magico

Badate bene, la sofferenza è assicurata se incontrate sulla vostra strada un redattore stupido.

Quando si può affermare che una persona è tale? Quando non rispetta voi e il vostro lavoro. Vi faccio un esempio. Dunque, fare il redattore non significa stravolgere il testo, riscriverlo, aggiungere frasi a caso… No, solo uno che non sa il suo mestiere può permettersi un simile atteggiamento. Un buon redattore è sempre umile, non fa la maestrina, tanto per sentirsi importante. Non bisogna farsi spingere dall’imperativo: devo dimostrarti che, come scrittore, sei un cane. E soprattutto si è consapevoli che ogni modifica apportata crea un sacco di problemi: perdita di tempo, maggior lavoro, aumento di errori, refusi.

Di redattori stupidi e cattivi è pieno il mondo, ma voi dovete imparare a difendervi. Il redattore deve aiutarvi, è il vostro coach. Per ogni correzione apportata, deve chiedere il vostro parere e comunque la norma è limitarsi al minimo indispensabile. Infatti una pagina ha una sua coerenza interna e toccare anche un solo vocabolo significa forse interromperne l’implicita armonia. Si correggono i refusi, gli errori grammaticali, le ripetizioni, ma non si snatura il testo. A meno che non si siano presi precisi accordi in questo senso.

Il consiglio che mi sento di darvi è che se rileggendo il vostro libro vi sembra scritto da un altro, potete anche rifiutare la pubblicazione. Molti ora si autopubblicano su Amazon e altre piattaforme e non è detto che non riusciate a vendere di più che con una piccola-media casa editrice.

Per saperne di più: Scrivere Storie Brevi, Daniela Folco, Bruno Editore; Scrivere un Giallo, Daniela Folco, Bruno Editore; Il Libro Sacro dei Maya Quiché, Daniela Folco, Edizioni Simone.

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